
Ci sono autori che, pur avendo avuto una vita assai breve – basti pensare ad Antonia Pozzi, a Cesare Pavese, a John Keats, ad Emily Brontë ed infiniti altri – hanno lasciato un’impronta indelebile nella narrativa o nella poesia. Flannery O’Connor, che compie gli anni in marzo, considerata una delle esponenti più originali della narrativa del Sud degli Stati Uniti e della letteratura del Novecento, è uno di questi. La sua produzione letteraria è stata relativamente breve: pubblicò due romanzi, “La saggezza nel sangue” (1952) e “Il cielo è dei violenti” (1960) e due raccolte di racconti, tra cui “Un brav’uomo è difficile da trovare” (1955), racconto che, per inciso, ispirò a Bruce Springsteen la canzone “A good man is hard to find”. Con il suo stile secco, ironico e venato di grottesco l’autrice mette a nudo la fragilità delle certezze morali e l’ipocrisia di una bontà ridotta a convenzione sociale.
In questo racconto è narrato il viaggio di una famigliola borghese che, da ordinaria gita domenicale, si trasforma progressivamente in tragedia. Una nonna loquace e moralista accompagna il figlio Bailey, la nuora, i tre nipoti ed il gatto in un viaggio dalla Georgia alla Florida. Sin dall’inizio la donna tenta di orientare le decisioni della famiglia secondo i propri capricci e le proprie nostalgie, evocando continuamente un passato idealizzato e un codice di buone maniere che considera perduto. Durante il tragitto, la nonna persuade con un po’ di fatica Bailey a deviare dal percorso per visitare una vecchia piantagione con annessa una magnifica villa, ricordo della sua giovinezza. Per rendere più efficace il suo racconto e sollecitare l’interesse e la curiosità dei passeggeri, la nonna inventa particolari affascinanti sull’antica magione e quando all’improvviso si ricorda che la villa non si trovava in Georgia, ma bensì in Tennessee, decide di non rivelare il suo errore. Questo fatto però le provoca una tale agitazione che si lascia sfuggire il gatto che con un balzo atterra sulle spalle di Bailey. Quest’ultimo perde il controllo dell’auto e causa un incidente, per fortuna senza gravi conseguenze per gli occupanti. Poco dopo sopraggiunge una vettura da cui scendono tre uomini armati: tra loro c’è il Balordo, un criminale evaso di cui la radio aveva annunciato la fuga. Nel dialogo fra il malvivente e la nonna, punto centrale del racconto, l’anziana signora tenta disperatamente di salvarsi appellandosi alla presunta “bontà” del Balordo, cercando di persuaderlo in modo petulante che egli sia in fondo un brav’uomo. Ma il confronto tra i due rivela l’abisso tra una moralità convenzionale, fatta di formule e apparenze, e la visione cinica del criminale, che mette in discussione il senso stesso della giustizia, della fede e della vita. La vicenda si conclude repentinamente con un epilogo violento: la nonna accarezza il Balordo sulla spalla, accompagnando il gesto dalla frase “Ma tu sei uno dei miei bambini. Sei una delle mie creature!”. Il criminale, forse spaventato, le spara uccidendola, ma probabilmente avviene a questo punto in lui una sorta di rivelazione, una presa di coscienza. Apostrofa infatti i suoi compagni che irridono la morte della donna con la frase “Zitto, Bobby Lee. Non c’è vero piacere nella vita”.
Nata a Savannah, in Georgia, da genitori di origine irlandese, Flannery O’Connor crebbe nel profondo Sud degli Stati Uniti, ambiente che avrebbe segnato in modo decisivo l’immaginario della sua opera. Dopo la morte del padre nel 1941, la famiglia si trasferì a Milledgeville, in una fattoria di proprietà della famiglia della madre, Regina Cline, dove Flannery trascorse gran parte della vita. Studiò giornalismo e scrittura creativa alla State University of Iowa, frequentando il celebre “Iowa Writers’ Workshop”, il più antico e prestigioso programma universitario di specializzazione in scrittura creativa negli Stati Uniti, dove iniziò a farsi notare per il suo stile personale e incisivo. Nel 1952 le fu diagnosticato il lupus eritematoso sistemico, la stessa malattia che aveva colpito il padre. Costretta a tornare nella fattoria di famiglia, la Andalusia Farm, visse lì il resto della sua vita dedicandosi alla scrittura, all’allevamento di pavoni — animali che amava profondamente — e ad una intensa corrispondenza intellettuale. Morì il 3 agosto 1964 a Milledgeville, a soli trentanove anni. Nelle sue storie, spesso ambientate nel Sud americano segnato da violenza, fanatismo e contraddizioni sociali Flannery O’Connor esplorava temi religiosi e morali e concepiva la narrativa come uno strumento capace di rivelare, attraverso situazioni estreme e personaggi disturbanti, la possibilità della grazia e della redenzione.
di Silvia Corsinovi
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