28 giugno 1867 – Luigi Pirandello

Luigi Pirandello è per me non solo un gigante della letteratura del Novecento, ma anche un grande “attivatore” di ricordi e sensazioni. Mi riferisco ovviamente a quelli legati alla scuola, soprattutto alla scuola superiore, dove viene studiato in maniera approfondita; il suo nome mi fa poi pensare al mio amore per il teatro, perché il primo ingresso in un palco de “La Pergola” avvenne proprio in occasione della rappresentazione di “Liolà”, diretta ed interpretata dal grande Bruno Cirino, che sarebbe scomparso poi da lì a qualche giorno. Mi ricorda infine uno straordinario film dei fratelli Taviani, “Kaos”, ispirato per l’appunto ad alcune novelle dello scrittore siciliano, nel quale apprezzai una inaspettata, dotta interpretazione del duo comico Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.
Accennavo prima alla scuola.. Non temo di essere smentita se affermo che Pirandello è uno degli autori più stimolanti che si incontrano in ogni percorso di studi. Ricordo che restai affascinata dalla sua personalità e dalla sua filosofia, il cosiddetto “relativismo conoscitivo”, secondo cui non esiste una realtà oggettiva, ma molteplici facce della stessa realtà. La visione quasi grottesca della società nella quale viviamo, dove l’uomo indossa in modo volontario od inconsapevole delle maschere, che si adattano al ruolo che vogliamo o dobbiamo interpretare, oppure ci vengono imposte dallo stesso contesto sociale. E poi l’importanza del caso nella vita dell’uomo, il celeberrimo “contrasto tra vita (ovvero i sentimenti e gli impulsi più profondi) e forma (le maschere a cui accennavo prima)”, e molto, molto altro, così tanto altro che nel tempo ho sentito la necessità di approfondire la sua conoscenza attraverso la lettura di molte sue opere. Da nessuna sono stata delusa.
Ecco perché il compleanno celebrato in giugno non poteva che essere quello di Luigi Pirandello.

Sono stata indecisa fino all’ultimo su quale testo selezionare. La produzione pirandelliana è sterminata e, come dicevo prima, al suo interno ci sono moltissime opere che amo. La scelta alla fine è caduta su “Il Fu Mattia Pascal”, pubblicato a puntate nel 1904 sulla rivista “Nuova Antologia”, che costituisce una sorta di spartiacque fra il filone “verista” e quello “comico-umoristico”. Credo che questo romanzo racchiuda al suo interno tutte le tematiche care a Pirandello e che una delle ragioni del suo successo vada ricercata nella sua trama: chi di noi non ha mai fantasticato su come sarebbe bello, ad un certo punto, sparire e ricomparire con una nuova identità, con una storia ed una vita tutte da riscrivere? Questo accade proprio a Mattia Pascal, un uomo che – creduto morto – prova ad inventarsi un’altra identità.
(Il romanzo ci insegna anche che dobbiamo prestare molta attenzione a ciò che desideriamo, nell’eventualità che poi il desiderio si realizzi….)

L’opera è narrata a ritroso in prima persona dallo stesso Mattia Pascal, che lascia il manoscritto contenente la sua storia alla Biblioteca di Monsignor Boccamazza, dove lavora come bibliotecario aggiunto, con l’obbligo che sia letto non prima di “cinquant’anni dopo la mia terza, ultima e definitiva morte”.
Mattia vive a Miragno, un (immaginario) paese ligure, assieme al fratello Roberto ed alla madre, in ozio perenne grazie all’eredità lasciata dal padre, un intraprendente mercante. La madre, incauta, affida al truffaldino Batta Malagna la gestione del patrimonio familiare che viene rosicchiato poco alla volta e riducendo sul lastrico la famiglia Pascal. La vendetta di Mattia non si fa attendere: prima intrattiene una relazione con Oliva, moglie del Malagna, mettendola incinta, poi seduce Romilda, nipote del malfidato amministratore. Viene quindi costretto ad un matrimonio riparatore, ma l’armonia familiare verrà ben presto minata dai continui contrasti con la suocera Marianna Dondi e soprattutto dalla morte delle sue gemelline e della madre. Mattia decide di abbandonare l’asfissiante vita di Miragno e fuggire in America. Prima di imbarcarsi però fa una sosta al Casinò di Montecarlo dove, inaspettatamente, vince una grossa somma che può costituire in qualche modo il suo riscatto familiare. Pensa quindi di tornare a casa con il primo treno, ma la storia prende una piega diversa quando legge sul giornale che un cadavere, identificato per quello di Mattia Pascal, è stato rinvenuto a Miragno. Ed ecco quindi che un tema caro a Pirandello – il caso fortuito – offre a Mattia la possibilità di lasciare la sua vecchia vita, gli obblighi sociali, la famiglia e reinventarsi una nuova identità. Assume quindi il nome di Adriano Meis, inizia a viaggiare, cambia in parte anche il suo aspetto fisico operandosi l’occhio strabico, ed infine giunge a Roma, dove prende alloggio nella pensione del signor Anselmo Paleari (imperdibile la sua “lanterninosofia”!) e dove conosce Adriana, figlia del Paleari, della quale si innamora. Ben presto, però, il nostro Mattia/Adriano comprende che la sua non-identità è un’altra prigione: non può sposare Adriana perché Adriano Meis non esiste e quindi non ha documenti, per la stessa ragione non può denunciare un furto, pur conoscendo l’identità del ladro. Capisce quindi che non è possibile vivere al di fuori del contesto sociale e tenta, inscenando il suicidio di Adriano Meis, di riappropriarsi della sua vera identità ritornando a Miragno. Una volta raggiunto il paese apprende che la moglie si è sposata con un vecchio amico di famiglia, da cui ha avuto una bambina. Mattia, dopo un primo momento nel quale minaccia di far valere la sua identità ed invalidare quindi il matrimonio di Romilda e Pomino, decide infine di rinunciare e trascorre il resto della vita chiuso nella biblioteca a scrivere il manoscritto, recandosi di tanto in tanto sulla sua tomba a portare un mazzo di fiori. Il tentativo di vivere la propria vita in assoluta libertà, ribellandosi agli schemi precostituiti dalla società, è miseramente fallito.

Luigi Pirandello nasce il 28 giugno 1867 a Villa Caos, presso Agrigento, da Stefano, discendente da una famiglia ligure, gestore di alcune miniere di zolfo, e Caterina Ricci, appartenente ad una famiglia borghese che si era distinta nella lotta antiborbonica ed unitaria. Compie gli studi liceali a Palermo, ma si laurea in filologia romanza a Bonn nel 1891. Questa permanenza in Germania fu determinante per la conoscenza della cultura tedesca e la predilezione per i narratori romantici. A Bonn intrattenne la prima relazione amorosa importante con Jenny Schulz-Lander a cui dedicò “Pasqua di Gea”. Nel 1892 si trasferisce a Roma dove inizia a collaborare con diverse riviste e scrive per lo più novelle. E’ di questo periodo anche il primo romanzo, “L’esclusa”, che verrà però pubblicato solo una decina di anni più tardi. Due anni dopo sposa, con matrimonio combinato dalle famiglie, Maria Antonietta Portulano, che gli darà i tre figli Stefano, Lietta e Fausto. La sua produzione letteraria lo assorbe quasi completamente, inizia a cimentarsi in alcuni testi teatrali ed acquisisce un impegno accademico come professore all’Istituto Superiore di Magistero a Roma.
Nel 1903 un allagamento distrugge le miniere gestite dal padre e dal suocero, causando un grave dissesto economico alla famiglia Pirandello. Questo fatto contribuirà a minare il già precario equilibrio mentale di Maria Antonietta. Dal canto suo Pirandello, per arrotondare lo stipendio da professore, impartisce lezioni private, collabora ancora più assiduamente a giornali e riviste ed intensifica la produzione letteraria. Sono di questo periodo “Il Fu Mattia Pascal” e i due saggi “Arte e scienza” e L’umorismo”, quest’ultimo costituisce tra l’altro un’importantissima chiave di lettura delle sue opere. Chi non ricorda gli esempi, contenuti in questo volume, della signora imbellettata e di Don Abbondio? Dal 1915 i suoi scritti sono sempre più vocati al teatro fino ad arrivare al 1921, anno a partire dal quale scrive esclusivamente per il teatro. Pur non essendosi mai interessato direttamente di politica, nel 1924, dopo il delitto Matteotti, chiede l’iscrizione al partito fascista – restandone presto deluso – a cui aderisce “con riserva”. Dal 1922 la carriera di Pirandello ha un’impennata, infatti i suoi testi iniziano ad essere molto apprezzati anche all’estero, e lo scrittore comincia a viaggiare al seguito delle compagnie teatrali che rappresentano le sue opere (“Enrico IV”, “Vestire gli ignudi”, “Ciascuno a suo modo”…). Nel 1925 inaugura a Roma il “Teatro d’Arte” all’interno del Teatro Odescalchi, dove verrà scritturata fra gli altri anche Marta Abba, con la quale intratterrà una lunga relazione. Nel 1934 gli viene conferito il Nobel per la letteratura “per il suo ardito e ingegnoso rinnovamento dell’arte drammatica e teatrale” . Muore a Roma per una polmonite il 10 dicembre 1936 lasciando incompiuta la sua ultima opera “I giganti della montagna”

di Silvia Corsinovi

2 risposte

  1. ROSANNA FABRIZI ha detto:

    Sei proprio brava!! Scrivi in modo accattivante .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *