
Dopo la lettura di un “mattone” (l’ultimo, godibilissimo ma assai spesso, è stato “Il quinto giorno” di Frank Schätzing) sento la necessità di dedicarmi a romanzi brevi o, più di rado, a racconti. E’ capitato infatti che talvolta questi ultimi mi deludessero: magari la loro brevità ha mortificato la possibilità di sviluppare trame interessanti o personaggi profondi, oppure sono risultati a mio giudizio inconcludenti. Non è stato il caso de “I quarantanove racconti” di Ernest Hemingway – il festeggiato di luglio – pubblicato per la prima volta nel 1938. Lo scrittore americano, con il suo stile minimalista e asciutto, mette in scena un variegato panorama di personaggi e situazioni. Tutte le storie sono accomunate da una certa tensione psicologica, da una latente ambiguità morale ma soprattutto dall’implacabile ritmo della vita. Ho gradito particolarmente “La breve vita felice di Francis Macomber”, al quale ho arbitrariamente abbinato il sottotitolo: prevedibile fine di un matrimonio di facciata. Il racconto, che pare sia stato uno dei preferiti del suo autore, ispirò nel 1947 un film dal titolo “Passione selvaggia”, diretto da Zoltán Korda ed interpretato da Gregory Peck.
La storia si dipana in Africa durante un safari. Una ricca coppia americana, Francis Macomber e la sua capricciosa moglie Margaret, assoldano un esperto cacciatore bianco – Robert Wilson – ed un paio di portatori di fucili per una battuta di caccia grossa. Si avverte immediatamente un clima assai teso a causa di un episodio accaduto quella mattina. Macomber si era alzato infastidito dalla presenza, nei dintorni dell’accampamento, di un grosso leone che lo aveva tenuto sveglio tutta la notte con il suo poderoso ruggito. Il suo proposito era quello di abbatterlo al più presto per porre fine a quel ringhio profondo e rimbombante che gli procurava brividi lungo la schiena. Il gruppo parte alla ricerca dell’animale ed una volta avvistato Wilson dà qualche buon consiglio a Francis Macomber affinché la battuta di caccia si riveli efficace e sicura. Purtroppo però l’americano ferisce gravemente l’animale ma non riesce a finirlo (lo farà Wilson) perché sopraffatto da un violento sentimento di paura che lo fa correre al riparo nell’auto dove Margaret osservava le azioni dei cacciatori. E’ subito evidente la sprezzante delusione della signora Macomber, che si sottrae in maniera teatrale al minimo contatto fisico con il marito. Del resto era chiaro che i coniugi Macomber stavano assieme per i motivi sbagliati: lui per la bellezza della donna, lei per i suoi soldi. Quel pomeriggio, mentre la donna resta nell’accampamento, gli uomini organizzano una nuova spedizione di allenamento, in preparazione della battuta dell’indomani che li avrebbe visti impegnati nel cacciare dei temibili bufali. Macomber abbatte con maestria un grosso impala e, sulla scia della gioia del momento, confida a Wilson che il giorno successivo avrebbe voluto rendere sua moglie orgogliosa di lui. Wilson prova a rassicurarlo dicendo che non è insolito che un cacciatore si faccia spaventare dal suo primo leone, ma Macomber pativa una vergogna profonda per la propria paura e non vedeva l’ora di riscattarsi. Quella notte Macomber si sveglia di soprassalto e si accorge che la moglie non è presente nella tenda. La donna rientra dopo un po’ e non fa mistero di essersi intrattenuta con Robert Wilson. La mattina successiva, dopo una rapida colazione consumata in un clima astioso e polemico, partono tutti quanti per la caccia ai bufali. In breve si imbattono in tre grossi maschi. Francis, alla vista dei tre bestioni, si comporta stavolta con grande coraggio. Affronta il pericolo senza esitazione e si sente finalmente rinato, virile, libero dalla paura e per la prima volta felice. Ma proprio in quel momento, mentre Francis sta cacciando con determinazione, viene colpito e ucciso da un colpo di fucile sparato da Margaret. Il colpo è apparentemente accidentale, ma vi è la quasi certezza che la donna abbia temuto di perdere il controllo su un marito che aveva appena ritrovato il suo coraggio.
Nato il 21 luglio 1899 a Oak Park, nell’Illinois, da una famiglia borghese e conservatrice, trascorse l’infanzia immerso nella natura e nella pratica sportiva, elementi che ritroveremo in tutta la sua opera, tanto sul piano tematico quanto stilistico. Durante la Prima Guerra Mondiale si arruolò come autista di ambulanze della Croce Rossa sul fronte italiano, esperienza che lo segnò profondamente e che ispirò il romanzo “Addio alle armi” (1929). Visse a Parigi negli anni Venti, entrando in contatto con la cosiddetta “generazione perduta”, accanto a Gertrude Stein, Ezra Pound e Francis Scott Fitzgerald. Fu in questo periodo che affinò la sua prosa asciutta e tagliente, influenzata dal giornalismo e dalla teoria del “principio dell’iceberg”: ciò che si omette è altrettanto eloquente di ciò che si dice. Autore di romanzi, racconti e cronache di guerra, Hemingway si impose con opere come “Fiesta” (1926), “Per chi suona la campana” (1940) e il celebre “Il vecchio e il mare” (1952), con cui vinse il Premio Pulitzer. Nel 1954 gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura, con una motivazione che lodava la sua padronanza dell’arte narrativa e l’influenza esercitata sulla prosa contemporanea. La vita di Hemingway fu segnata da passioni estreme, viaggi, guerre, safari e disillusioni. Visse tra gli Stati Uniti, la Francia, la Spagna, Cuba e l’Africa, in un’esistenza sempre al limite tra eroismo e autodistruzione. Afflitto da disturbi psichici e da una profonda depressione, si tolse la vita il 2 luglio 1961 nella sua casa di Ketchum, in Idaho. La sua eredità letteraria è immensa: Hemingway non ha solo raccontato il Novecento, ne ha definito il ritmo, il tono, la lingua. La sua scrittura, fatta di frasi brevi, essenziali, spesso spezzate dal silenzio e dal non detto, continua a rappresentare un modello di sobrietà espressiva e di densità emotiva.
di Silvia Corsinovi
Nessuna risposta.