22 maggio 1859 – Arthur Conan Doyle

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Sono da sempre un’appassionata del genere “giallo” e, in assoluto, la mia scrittrice preferita di questo tipo di narrazione è Agatha Christie. La amo sostanzialmente per tre ragioni: caratterizza i personaggi in maniera divina (alcuni di loro sono adorabili), gli omicidi non prevedono inutili spargimenti di ettolitri di sangue o raccapriccianti scene del crimine, ma soprattutto perché la Christie è assolutamente onesta col lettore. Gli indizi sono tutti lì, in quelle poche pagine, sotto il nostro naso. Eppure non riusciamo a cogliergli….
Quindi tendo a restare delusa quando provo altri autori e, purtroppo, anche il nostro festeggiato di maggio non fa eccezione. Ho voluto approcciarmi ad “Uno studio in rosso” (in realtà l’edizione che ho letto io lo titola “Lo scritto rosso”, tra l’altro, a mio giudizio, più pertinente), il primo romanzo di Sir Arthur Conan Doyle in cui compare il celebre Sherlock Holmes.

John Watson, medico militare dell’esercito inglese, congedato per malattia dal fronte afghano, torna a Londra nel 1881 e, nel tentativo di trovare un coinquilino con cui dividere le spese di alloggio, si imbatte nello stravagante, geniale e per certi aspetti insensibile chimico Sherlock Holmes, abile violinista, che lavora nel laboratorio dell’ospedale londinese. Il loro primo incontro avviene in un’atmosfera di grande entusiasmo in quanto Holmes aveva appena scoperto il reagente che precipita l’emoglobina. Ciò consentiva di individuare macchie di sangue anche dopo mesi e, a suo dire, avrebbe aiutato molto le analisi forensi. Watson resta ben impressionato dal suo futuro coinquilino ed in breve tempo si trasferisce al 221bis di Baker Street. Qui osserva giorno dopo giorno Sherlock Holmes e ne resta affascinato: egli, pur non avendo mai studiato medicina, aveva conoscenze approfonditissime sulla materia ma, dall’altro lato, mostrava un’ignoranza sconfinata in altri ambiti come la letteratura, l’astronomia, la filosofia, la politica… Holmes, che si definiva un “consulente investigativo”, riceveva ogni giorno in visita personaggi curiosi e diversi fra loro, che si rivelano essere poi suoi clienti. Vedendolo al lavoro Watson si convince che l’amico aveva elevato l’attività investigativa della polizia all’altezza di una vera e propria scienza. Un giorno Holmes riceve la lettera dell’agente Gregson di Scotland Yard il quale lo informa del ritrovamento, in una casa disabitata al numero 3 di Brixton Street, del cadavere dell’americano Enoch J. Drebbler, senza apparenti ferite, nonostante nell’ambiente si rilevino alcune tracce di sangue. Uniche particolarità: la scritta RACHE in rosso su una parete della casa ed una fede nuziale sul pavimento. I poliziotti presenti immaginano che la parola RACHE sia il riferimento incompiuto al nome proprio RACHEL, ma Sherlock Holmes dopo avere inspiegabilmente descritto fino nei più piccoli particolari la figura del responsabile e la causa della morte (veleno), prende commiato suggerendo agli agenti Gregson e Lestrade di non perdere tempo a cercare una Rachel e svela la traduzione dal tedesco della parola RACHE: VENDETTA. Holmes si precipita ad incontrare il poliziotto che ha scoperto il corpo e scopre che lo stesso, in realtà, aveva inconsapevolmente soccorso l’assassino che si fingeva ubriaco. I giornali si scatenano sull’omicidio di Drebbler, ipotizzando che il colpevole sia un rifugiato politico o un rivoluzionario proveniente dall’estero e suggeriscono un maggiore controllo nell’accoglienza degli stranieri. Intanto la polizia fa qualche passo avanti scoprendo che Drebbler alloggiava con il suo segretario Stangerson presso la pensione della signora Charpentier. Quest’ultima racconta che gli uomini avevano alloggiato presso di lei per tre settimane. Riferisce che Stangerson era un uomo mite e silenzioso, mentre Drebbler una persona rude e maleducata. Fra l’altro quest’ultimo aveva avuto un comportamento assai inappropriato con Alice, la giovane figlia della Charpentier, la qual cosa aveva scatenato la furiosa reazione del fratello Arthur, che viene arrestato per l’omicidio. Il giovane viene però scagionato dalla notizia dell’uccisione di Stangerson sul cui cadavere campeggia di nuovo la parola RACHE e nelle cui tasche viene trovato un telegramma che lo informava che “J.H. era in Europa”. Quando Holmes viene a sapere che accanto al corpo dell’uomo sono state trovate due pillole, riferisce di conoscere il nome dell’assassino. Preferisce al momento non rivelare alcun dettaglio, ma informa di aver assoldato un gruppo di adolescenti per svolgere per suo conto un lavoretto. Proprio in quel momento uno di loro, Wiggins, si palesa ed informa dell’arrivo di una certa vettura di fronte alla porta dell’abitazione. Holmes prega il ragazzo di far salire il cocchiere per dare una mano con i bagagli ed appena l’uomo giunge al cospetto dei presenti il geniale Sherlock esclama: signori permettetemi che vi presenti Jefferson Hope, l’assassino di Drebbler e Stangerson!

Trovatosi scoperto (e prossimo alla morte a causa di un incombente aneurisma aortico) Hope narra gli eventi, iniziati venti anni prima, che hanno condotto agli omicidi.

Arthur Conan Doyle è uno di quegli autori il cui nome è indissolubilmente legato a un personaggio, ma ridurre la sua opera al solo detective di Baker Street sarebbe un errore, perché la vita e la produzione letteraria di Conan Doyle sono straordinariamente ricche e variegate. Il personaggio Sherlock Holmes conquistò rapidamente il pubblico grazie alle sue doti logiche fuori dal comune e al suo compagno di avventure, il fidato dottor Watson. Seguirono decine di racconti e romanzi, che consacrarono Conan Doyle come maestro del giallo. Nato il 22 maggio 1859 a Edimburgo in una famiglia cattolica di origine irlandese, Conan Doyle studiò medicina e fu proprio durante gli anni universitari che iniziò a scrivere racconti, ispirandosi in parte al professor Joseph Bell, noto per le sue brillanti capacità di deduzione, che più tardi si dice sarebbe diventato il modello per Sherlock Holmes. In realtà in qualche intervista Conan Doyle fa intendere di essere stato ispirato da Auguste Dupin, detective creato nella prima metà dell’Ottocento da Edgar Allan Poe. In ogni caso lo scrittore non si sentì mai completamente legato al suo detective: tentò persino di ucciderlo nel 1893 nel racconto “L’ultima avventura”, scatenando l’indignazione dei lettori che lo costrinsero a resuscitare Holmes qualche anno dopo. Il suo desiderio era dedicarsi ad altri generi: romanzi storici, fantascienza, avventure e perfino saggi sullo spiritismo, disciplina che lo appassionò profondamente dopo la perdita del figlio durante la Prima Guerra Mondiale. Conan Doyle fu anche medico, viaggiatore, fervente sostenitore della giustizia e uomo di grande energia intellettuale. Morì il 7 luglio 1930 nella sua di casa di Crowborough, nell’East Sussex, lasciando un’eredità culturale che va ben oltre il cappello e la lente d’ingrandimento del suo celebre investigatore. Oggi, infatti, Sir Arthur Conan Doyle è ricordato non solo come il creatore di un’icona letteraria, ma anche come uno scrittore capace di esplorare con successo i confini di molti generi narrativi, con uno stile limpido, coinvolgente e ancora sorprendentemente moderno.

di Silvia Corsinovi

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