Nel 1957 il Premio Nobel per la Letteratura venne assegnato a me, Albert Camus, IX° scrittore francese a ricevere tale onore «Per la sua importante produzione letteraria, che con serietà chiarificante illumina i problemi della coscienza umana nel nostro tempo»
Ero nato a Mondovi, Algeria all’epoca possedimento francese, il 7 Novembre 1913, da una modesta famiglia di coloni, una condizione di povertà della quale mi vergognai fortemente. Mio padre Lucien Auguste era un operaio in una cantina agricola. Proveniva da Bordeaux e morì nella prima battaglia della Marna nel 1914, per servire un paese che non era suo, come ebbi a scrivere nel mio romanzo “Il primo uomo“: l’ho conosciuto solo in fotografia. Mia madre Catherine Hélène Sintès era originaria di Minorca, nelle Isole Baleari, era un’analfabeta che svolgeva lavori di pulizia. Avevo anche un fratello maggiore, Lucien. Dopo la morte di mio padre, ci trasferimmo ad Algeri con mia madre e mia nonna materna, la quale rivestì un ruolo fondamentale nella mia educazione. A differenza di mia madre che non si preoccupò mai di me, nonna fu molto severa, era lei che teneva saldamente le redini della famiglia. Ad Algeri frequentai le scuole a partire dalle elementari, dove il mio insegnante Louis Germain, riconobbe subito la mia intelligenza vivace e il mio grande desiderio di apprendere tanto che, quando iniziai le scuole medie, lui mi impartì lezioni gratuite per permettermi di vincere una borsa di studio nel 1924, anche se mia nonna voleva per me un futuro da lavoratore manuale, così da poter contribuire economicamente alla famiglia. Per me Louis Germain fu come un padre e se brillai negli studi, fu per merito suo. Non fu l’unico insegnante che mi aiutò moltissimo, ci fu anche il mio professore di filosofia, Jean Grenier, diventato poi un mio grande amico per tutta la vita, che mi permise di vincere una borsa di studio presso la facoltà di filosofia della prestigiosa Università di Algeri. Fu lui a consigliarmi di leggere “Il dolore” di André de Richaud, un’opera che mi spinse ad intraprendere la carriera di scrittore. Fin dalla giovane età, era il 1930, venni colpito dalla tubercolosi, la quale limitò molto la mia vita, impedendomi di frequentare i corsi, di giocare a calcio dove eccellevo come portiere, di continuare a coltivare la passione per la recitazione teatrale. Purtroppo all’epoca, non c’erano medicine per curare questa malattia, considerata incurabile e questo influì fortemente sulla mia visione del mondo. A causa di questa mia condizione, dovetti finire gli studi come privatista e, nel 1936, mi laureai in filosofia. Intanto nel 1933 avevo aderito al movimento antifascista di Amsterdam-Pleyel e nel 1935 al Partito Comunista Francese, non tanto per convinzione quanto in contrapposizione alla guerra civile spagnola, distacco dalla dottrina marxista che mi portò a discussioni con i colleghi e soggetto a critiche, finché nel 1937 mi distaccai completamente dal partito, il cui modo di fare consideravo di parte e non adatto ad unire la gente. Venni espulso con l’accusa di trockismo. Dal punto di vista sentimentale dal 1934, per due anni, mi legai a Simone Hie, prima relazione che finì perché lei faceva abituale uso di psicofarmaci. Sei anni dopo mi legai a Francine Faure ma la guerra ci costrinse a separarci fino al 1945: restammo insieme fino alla mia morte. Iniziai a lavorare presso le redazioni di giornali locali come critico letterario, specializzandomi anche nei reportage e nei resoconti dei grandi processi, ma prima di diventare giornalista, venni assunto all’Istituto di Meteorologia di Algeri. Venni poi assunto come redattore capo in un quotidiano algerino, per poi fondare insieme al mio amico Pascal Pia, una testata pomeridiana. Dopo la pubblicazione di un reportage a puntate, col quale denunciai le condizioni di vita disagiate di una regione dell’Algeria, fino ad allora mai presa in considerazione dalla stampa d’inchiesta, finii sotto la lente d’osservazione del Governatore Generale delle colonie del Nord Africa, il quale iniziò ad ostacolarmi a tal punto che venni licenziato dal giornale per cui lavoravo, a causa di un articolo contro il governo e mi precluse la possibilità di trovare un’altra occupazione come giornalista in Algeria. Vista la situazione decisi di trasferirmi in Francia dove, nel 1940 grazie all’aiuto di Pascal, ricoprii l’incarico di segretario di redazione al Paris-Soir, solo per un anno. C’era l’occupazione nazista ed io mi attivai per contrastarla, perché la ritenevo atroce e insopportabile. Con Francine ci trasferimmo ad Orano dove, con il mio amico André Benichou, iniziai ad insegnare al Cours Descartes, nel quale venivano accolti bambini ebrei espulsi dalle scuole pubbliche con decreto governativo dell’Ottobre del 1940. Nel 1941 pubblicai “Lo straniero” e “Il mito di Sisifo“. Dovetti ritornare in Francia nel 1942, a causa di un aggravamento del mie condizioni per la tubercolosi e non potei tornare ad Orano a causa dell’invasione nazista. Ci stabilimmo a Parigi, dove iniziai a lavorare nella casa editrice Gallimard. Negli anni della resistenza mi unii ai Partigiani della “Combat”, diventando caporedattore ed editorialista del loro giornale omonimo, diretto da Pascal Pia, che inizialmente circolava clandestinamente. Per un periodo vi coinvolsi anche Sartre che vi lavorò come inviato negli Stati Uniti. All’inizio eravamo amici ma poi le tematiche dell’Assurdo e della Rivolta, le basi del mio itinerario filosofico, causarono la rottura con lui e con gli ambienti della sinistra. Nel 1944 conobbi l’attrice spagnola Maria Casarès, con la quale intrecciai una relazione sentimentale che, tra alti e bassi, si protrasse fino alla mia morte e della quale trovate testimonianza nel volume “Correspondance” che raccoglie le lettere che ci scambiammo dal 1944 al 1959. Nel 1945 partecipai al primo congresso internazionale del Movimento Federalista Europeo, fondato da Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann con l’obiettivo di costruire gli Stati Uniti d’Europa. Nello stesso anno pubblicai la mia prima opera teatrale “Caligula“. Il successo mi portò a rappresentare altre due opere: “Lo stato d’assedio” nel 1948 e “I giusti” nel 1949. Finita la guerra non finì il mio impegno civile, contrastando tutte quelle ideologie che potessero ledere la dignità dell’uomo. Lasciai infatti anche il mio posto all’UNESCO per l’entrata nell’ONU della Spagna franchista; condannai con dure parole, come pochissimi intellettuali fecero, i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Nel 1945 però fu un anno importante anche a livello familiare, perché riuscii a riunirmi con mia moglie e ciò comportò la nascita dei nostri due gemelli, Jean e Catherine. In questo periodo curai l’edizione postuma delle opere della filosofa anarco-cristiana Simone Weil, della quale mi definii “amico-innamorato postumo”, talmente importate fu per me il suo pensiero e la sua produzione letteraria: ne custodivo una foto sul mio scrittoio. In occasione del Nobel la ricordai con le parole: “…a volte i morti sono più vicini a noi dei vivi”. Riuscii anche a far pubblicare dal mio editore Gallimard la collana “Espoir” perché consideravo il messaggio di Simone un antidoto contro il nichilismo contemporaneo. Pubblicai svariati articoli su riviste dell’anarchismo filosofico francese, del quale condividevo idee e finalità, anche se criticavo il nichilismo romantico che lo caratterizzava storicamente. Nel 1946 mi recai negli USA, dove venni accolto con diffidenza, tanto che venivo sorvegliato dai servizi segreti, mentre gli studenti delle università mi accoglievano con ammirazione, durante le mie lezioni. Nel 1947 uscì “La peste” ed ottenne un grande successo e il Premio dei Critici. Scrissi una serie di articoli contro tutte le dittature, raccolti poi in “Né vittime né carnefici“. Intanto la tubercolosi si era riaffacciata con un aggravamento che mi costrinse a un lungo periodo a letto e a ricoveri: pur registrando un forte miglioramento, i danni ai polmoni furono permanenti. Con la pubblicazione, nel 1951, de “L’uomo in rivolta” fece scoppiare la polemica con Sartre e i suoi amici, in quanto auspicavo un nuovo umanesimo basato sulla solidarietà e criticavo le degenerazioni del comunismo. Pochi amici mi rimasero vicini. Nel 1957 arrivò il Nobel e in quell’occasione ricordai il mio maestro Louis Germain nel discorso di ringraziamento. I discorsi pronunciati per il Nobel, “I discorsi di Svezia“, sono diventati la Bibbia degli scrittori dissidenti e perseguitati. Negli ultimi anni la mia salute era diventata ancora più precaria, a causa dei polmoni compromessi dalla tubercolosi. Mi venne offerta la direzione della Comédie Française ma dovetti rifiutare proprio per motivi di saluti, però chiesi ed ottenni la direzione di un teatro sperimentale ma proprio quando si stavano definendo i termini dell’accordo, accadde l’incidente stradale che tolse la vita a me e al mio editore Michel Gallimard, che era alla guida. La moglie e la figlia di Michel, che si salvarono, riferirono di un forte rumore sotto all’auto e ciò diede adito a voci di un attentato del KGB ordito contro di me, motivato dalle ripetute denunce che avevo fatto contro l’invasione sovietica dell’Ungheria ed un discorso in favore del Nobel al dissidente Pasternak. In una scatola tra i rottami venne ritrovato il manoscritto di “Il primo uomo“, che mia figlia Catherine pubblicò postumo e incompiuto. Morii nel modo che avevo sempre ritenuto più assurdo: in un incidente stradale. Il mio corpo venne cremato e le mie ceneri ora riposano in Provenza. Nel 2010 il presidente Sarkozy, nel cinquantenario della mia morte, propose di trasferire le mie ceneri al Pantheon, dove risposano i grandi di Francia ma i miei figli rifiutarono prima di tutto perché avrebbero voluto una riabilitazione morale, visto che oggi sono considerato un simbolo dell’umanesimo moderno francese e poi perché ho sempre sofferto di claustrofobia. Oggi la vena artistica da me ereditata viene coltivata da mio nipote David che è uno scrittore molto in voga tra i giovani. Curiosamente ho ispirato il gruppo musicale The Cure che hanno tratto ispirazione dal mio romanzo “Lo straniero” per il loro album “Killing an Arab“; ho ispirato anche il fumettista giapponese Masami Kurumada per il personaggio Camus dell’Acquario, nel nome, in alcune caratteristiche e tematiche, nel manga e anime “I Cavalieri dello Zodiaco” . Anche il cinema ha tratto film dalle mie opere come “Lo straniero” film del 1967 di Luchino Visconti, “La peste” del 1992 di Luis Puenzo e “Il primo uomo” di Gianni Amelio del 2011 e altri ancora.
Una persona che conoscevo divideva gli esseri umani in tre categorie: quelli che preferiscono non avere niente da nascondere piatto che essere obbligati a mentire, quelli che preferiscono mentire che non aver niente da nascondere e gli ultimi quelli che amano sia mentire sia nascondere
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