Nel 1956 il Premio Nobel per la Letteratura venne assegnato a me, Juan Ramòn Jiménez, terzo spagnolo insignito di tale onorificenza “per la sua poesia piena di slancio, che costituisce un esempio di spirito elevato e di purezza artistica nella lingua spagnola”.
Il mio nome per esteso era Juan Ramòn Jiménez Mantecón, nacqui a Moguer, in Andalusia, il 24 Dicembre 1881. Mia madre era Purificaciòn Mantecòn e mio padre era Victor Jiménez un produttore e commerciante di vini benestante. A Moguer, secondo la tradizione, soggiornò Cristoforo Colombo prima di partire per le Americhe e al mio paese dedicai questi versi «La bianca meraviglia del mio paese custodì la mia infanzia in una vecchia casa con grandi saloni e verdi patios. Di quei dolci anni ricordo bene che giocavo pochissimo e amavo molto la solitudine (Por el cristal amarillo)». A Moguer portai a termine il primo ciclo di studi, poi a 11 anni venni mandato in collegio dai Gesuiti di Puerto Santa Maria, vicino a Cadice. Sentii molto la mancanza della mia famiglia, solo in parte alleviata dai periodi di vacanza. Conclusi comunque gli studi e nel 1896 mi iscrissi all’Università di Sicilia, Facoltà di Diritto, ma non la portai a termine perché la mia passione era l’arte, la pittura e la letteratura in particolare. Scrivevo tantissimo poesie e prose che venivano pubblicati sulle riviste di Huelva, Siviglia, Madrid ma leggevo anche moltissimo e tutto ciò che mi capitava a tiro. Tornavo spesso al paese, soprattutto per ritrovare la forza della mia terra, laddove sorgeva l’albero della vasta fronda e dalla grande ombra che torneranno spesso nelle mie poesie, per me sinonimo di infanzia. Nel 1900 intrapresi un viaggio a Madrid, dove conobbi Francisco Villaespesa che mi introdusse nel gruppo di letterati che frequentavano Rubén Dario, la cui poesia influenzò negli anni la mia. Furono loro ad ispirarmi i titoli dei miei primi libri: “Ninfeas” e “Almas de violeta“. Tornai in paese a seguito della morte di mio padre, evento che acuì la mia paura nevrotica per la morte e le malattie. Nei 4 anni successivi la depressione mi costrinse a passare lunghi periodi in una clinica ad Arcachon, vicino a Bordeaux e qui potei visitare la Svizzera e l’Italia; iniziai anche a leggere le opere dei poeti simbolisti. Mi trasferii in una clinica di Madrid, nella quale organizzai incontri con i fratelli Machado, il poeta Valle-Inclàn, il drammaturgo Benavente ma poi mi trasferii in casa del mio medico personale Louis Simarro che mi introdusse nell’ambiente della Residencia de Estudiantes dove ebbi modo di conoscere le opere di Nietzsche e Schopenhauer. Nel 1902 pubblicai “Rimas” e nel 1903 “Arias tristes“, mentre iniziai a lavorare a “Jardinés lejanos” e “Pastorales” Sempre in quell’anno fondai la rivista “Helios” aperta alle grandi correnti letterarie europee. Dal 1905 al 1912 vissi isolato a Moguer, dove scrissi moltissimo ed incontrai l’asinello Platero che, in seguito divenne il personaggio principale della mia poesia nel celeberrimo “Platero y yo“: rimase con me per tutta la vita. L’opera venne poi musicata dal compositore Mario Castelnuovo-Tedesco. Ritornai a Madrid e vi rimasi fino al 1915 frequentando i vecchi amici, ai quali si aggiunsero Federico Garcia Lorca e Dalì. Nel 1916 raggiunsi New York dove mi sposai con Zenobia Camprubì Aymar, che avevo conosciuto a Madrid tre anni prima e con la quale avevo tradotto i testi di Tagore. Durante il viaggio in nave scrissi “Diario de un poeta recién casado” e “Estio“. Tornai a Madrid l’anno successivo, con mia moglie ma decisi di vivere isolato per tre anni, durante i quali scrissi le mie opere più significative come “Segunda antolojia poética“, “Eternitades“, “Pietra y cielo“, “Poesia e Belleza“. La mia poesia, così influenzata da Tagore e da Goethe, divenne universale e mi ritrovai al centro della cultura in Spagna. Tra il 1921 e il 1927 mi dedicai a diverse riviste che durarono poco, mentre dall’anno successivo mi dedicai a scrivere i ritratti di “Españoles de tres mundos” che provocarono molte polemiche. Nel 1935 ricevetti l’invito ad entrare nella Real Academia, ma rifiutai. Nel 1936 vennero pubblicati “Canción” e “Verso y prosa para niños“. A giugno di quell’anno feci leggere alla Residencia de Estudiantes un testo dal titolo “Politica poética” e la casa editrice Signo iniziò la pubblicazione delle mie opere complete. Allo scoppio della Guerra Civile Spagnola, con mia moglie ci trasferimmo negli Stati Uniti, dove cercai inutilmente di spingere il governo ad intervenire per riportare la pace in Spagna. Per un breve periodo ci stabilimmo a Porto Rico ma poi decidemmo per L’Avana. Tornai negli USA nel 1939 e collaborai con alcuni riviste, tenni conferenze e corsi in Carolina, Maryland, Washington e Riverdale. Nel 1946 la depressione si aggravò ma non mi impedì, due anni dopo, di intraprendere un viaggio in Argentina e Uruguay dove venni accolto con grande calore e invitato in tutte le università. Tornai a Porto Rico per insegnare all’Università e qui nel 1956 morì mia moglie, esattamente tre giorni dopo l’assegnazione del Nobel e a San Juan conclusi la mia vita terrena il 29 Maggio 1958. Oggi sono considerato uno dei più importanti intellettuali della generazione del ’14, dalla limpida semplicità espressiva vicina al Simbolismo ma la mia è stata una costante ricerca e trasformazione.
A voi dedico questa poesia.
CONVALESCENZA
Solo tu mi sei accanto, sole amico.
Come un cane di luce, lambisci il letto bianco;
e io perdo la mia mano entro il tuo pelo d’oro,
vinta dalla stanchezza.
Quante cose che furono
vanno via… ancora più lontano!
Taccio
e sorrido, come un
bimbo, mentre tu, buono, mi lambisci.
… Di colpo, sole, t’ergi,
guardia fedele della mia disfatta,
e con grida ardenti e pazze
abbai ai vani fantasmi
che, mute ombre, mi minacciano
dal deserto del tramonto.
CONVALECENCIA
Sólo tú me acompañas, so! amigo.
Como un perro de luz, lames mi lecho blanco;
y yo pierdo mi mano por tu pelo de oro,
caída de cansancio.
¡Qué de cosas que fueron
se van… más lejos todavía!
Callo
y sonrío, igual que un niño,
dejándome lamer de ti, sol manso.
De pronto, sol, te yergues,
fidel guardián de mi fracaso,
y, en una algarabía ardiente y loca,
ladras a los fantasmas vanos
que, mudas sombras, me amenazan
desde el desierto del ocaso.
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