Nel 1964 il Premio Nobel per la Letteratura venne assegnato a me, Jean-Paul Sartre, per “per la sua opera che, ricca di idee e pregna di spirito di libertà e ricerca della verità, ha esercitato un’influenza di vasta portata nel nostro tempo”.
Il mio nome per esteso era Jean-Paul-Charles-Aymard Sartre, nacqui a Parigi il 21 Giugno 1905 e sono considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo che, nella mia visione, sosteneva che ogni individuo è radicalmente libero e responsabile delle proprie scelte, in una prospettiva soggettivista e relativista. Ma torniamo agli inizi. Ero figlio unico, di famiglia cattolica borghese; mio padre, Jean-Baptiste, era un militare e mia madre, Anne-Marie Schweitzer, discendeva da una famiglia di intellettuali e di professori alsaziani e luterani, cugina del famoso missionario ed attivista protestante Albert Schweitzer. Mio padre morì di febbre gialla quando io avevo solo quindici mesi: fu mio nonno materno, Charles, a subentrare nel ruolo paterno. Era un uomo con una forte personalità, che mi impartì le prime nozioni prima che a dieci anni iniziassi a frequentare la scuola pubblica. Fino al 1917 vissi con mia madre e i suoi genitori e furono anni felici: ero amato e coccolato, mi chiamavano “Poulou”. Nella biblioteca di casa scoprii ben presto la letteratura, amavo leggere più che giocare con gli altri bambini. Soffrivo di strabismo e già dall’età di tre anni avevo perso del tutto la vista dall’occhio destro, già debole per un difetto congenito aggravato da una malattia infantile. La mia infanzia la narrai poi nella mia autobiografia “Le parole“. Nel 1917 mia madre si risposò con Joseph Mancy, un ingegnere della Marina, che non ho mai sopportato. A seguito del matrimonio ci trasferimmo a La Rochelle, dove trascorsi i tre anni di maggior sofferenza, a contatto con un ambiente fatto di liceali che a me sembravano violenti e crudeli. A causa dei miei problemi fisici e del mio carattere chiuso, divenni la loro vittima di scherzi e bullismo verbale. Nel 1920 mi ammalai e venni portato urgentemente a Parigi e qui mamma, fortemente preoccupata per la situazione coi miei compagni, decise di farmi continuare gli studi a Parigi e tornai al mio liceo “Henri IV”, che già avevo frequentato prima del trasferimento a La Rochelle. Fu a Parigi che nacque la solida amicizia con Paul Nizan, che durò per tutta la vita. Nel 1929 mi laureai in filosofia, ma studiai anche psicologia e i fondamenti della psicoanalisi freudiana, ed iniziai ad insegnare in alcuni licei. A Parigi conobbi anche Simone de Beauvoir, ancora non famosa, che soprannominai “il castoro” perché era infaticabile e con la quale condivisi la vita intima, il lavoro e l’impegno politico. Nel 1933 vinsi una borsa di studio che mi diede la possibilità di specializzarmi a Berlino, dove potei entrare in contatto diretto con la fenomenologia di Edmund Husserl e l’ontologia di Martin Heidegger, leggendo Marx e Rousseau. Mi avvicinai al Partito Comunista Francese e venni arruolato dopo la capitolazione del mio paese il 21 Giugno 1940; venni fatto prigioniero dai Tedeschi in Lorena ed internato in un campo di concentramento per soldati nemici a Treviri, dove con altri intellettuali prigionieri di guerra, scrissi e misi in scena nel Natale nel 1940 l’opera “Bariona o il figlio del tuono”. Poi rifiutai di arruolarmi nell’esercito dei collaborazionisti del Governo di Vichy e nel Marzo 1941, grazie ad un medico che certificò la mia cecità all’occhio e con un documento d’identità falso che attestava che ero un semplice civile, riuscii a farmi liberare, così potei unirmi alla resistenza francese. Scrissi per loro anche il quotidiano che ne portava il nome “Combat”, che aveva come redattore capo Albert Camus, che mi incaricò del ruolo di inviato negli USA. Dopo la fine della guerra conobbi un grande successo; fondai la rivista “Les Temps Modernes” nel 1945, la quale contribuì alla diffusione delle mie idee e sulla quale scrissero intellettuali come la de Beauvoir, Merleau-Ponty e Raymond Aron. Nell’editoriale del primo numero posi i principi di una responsabilità intellettuale nel mio tempo e di una letteratura impegnata: per me lo scrittore, qualunque cosa faccia, segnato, compromesso fino al suo più lontano ritiro dall’attività, è sempre presente e questa mia posizione dominò tutti i dibattiti intellettuali della seconda metà del XX sec. Presentai una sintesi della mia filosofia, l’esistenzialismo che aveva già subito influssi del pensiero marxista, alla conferenza dell’Ottobre 1945, alla quale partecipò una folla incredibile, e che venne riportata nell’opera “L’esistenzialismo è un umanismo”, pubblicata dall’editore Nagel a mia insaputa e che non apprezzai pensando che fosse stata troppo semplificata. Il quartiere di Saint-Germain-des-Prés, dove risiedevo, divenne il quartiere parigino dell’esistenzialismo ma anche un luogo di vita culturale e notturna ma sempre alla maniera esistenziale. Divenni l’intellettuale più ammirato ed arrivai a scrivere anche canzoni per esempio per Juliette Gréco ma ero sempre più impegnato in ambito politico: abbracciai la causa della rivoluzione marxista ma senza aderire al partito comunista che ritenevo succube dell’ URSS di certo non una bandiera di libertà, perciò proseguiva la ricerca mia e dei miei amici per cercare un qualcosa di diverso dal capitalismo e dallo stalinismo. Nel 1946 con la mia rivista presi posizione contro la guerra d’Indocina e nel 1947 contro il Gollismo e il RFT, il suo movimento che ritenevo fascista. Nel 1948 pubblicai con Maurice Merleau-Ponty un manifesto a favore di un’Europa socialista e neutrale e decisi di tradurre il mio pensiero in espressione politica, fondando un nuovo partito politico il “Rassemblement Démocratique Révolutionnaire” che ambiva a diventare la “terza forza” alternativa allo schieramento USA-URSS. Non raggiungemmo mai un numero di aderenti sufficiente per diventare un partito vero. Mollai il mio partito che tendeva a diventare pro-americano ed iniziai a riavvicinarmi ai Comunisti. Nel 1949 divenni membro di un comitato internazionale con Picasso, Tzara, Neruda e Robeson per ottenere la liberazione del poeta turco e comunista Nazim Hikmet, incarcerato dal governo del suo paese e liberato l’anno successivo. Nel 1953 mi unii ad altri artisti per inviare un appello agli Stati Uniti a favore dei coniugi Rosenberg. Tra il 1956 e il 1960 mi schierai contro la guerra d’Algeria a favore della causa nazionalista algerina, denunciando sulla mia rivista i metodi crudeli adottati dalla Francia. Il mio impegno a favore dei rappresentanti del Fronte di Liberazione Algerino mi costò, nel Gennaio 1962, una parte della mia casa che venne fatta esplodere con un attentato dall’ OAS un gruppo nazionalista francese di estrema destra. In questo periodo scrissi la prefazione de “I dannati della terra” del saggista Frantz Fanon, rappresentante del movimento terzomondista per la decolonizzazione, che divenne il manifesto del movimento stesso. Negli anni ’60 la mia salute iniziò a peggiorare rapidamente: l’attività letteraria incessante ed anche quella politica, oltre a tabacco, alcool e droghe che mi aiutavano a sostenere i ritmi di lavoro serrati, l’avevano duramente minata. In contemporanea l’esistenzialismo perdeva colpi mettendo in crisi la mia influenza sulla letteratura francese e sulle ideologie intellettuali. In quegli anni fondai con il filosofo Bertrand Russell il Tribunale Russell-Sartre che doveva giudicare simbolicamente i crimini di guerra in Vietnam, del golpe cileno del 1973 contro Salvador Allende e altre violazioni dei diritti umani. Nel 1964 arrivò il Premio Nobel che rifiutai perché ritenevo che nessun uomo meriti di essere consacrato da vivo. Avevo già rifiutato la Legion d’onore nel 1945 e la cattedra al Collegio di Francia perché ritenevo che avrebbero alienato la mia libertà facendo di me uno scrittore istituzionale. Ovviamente il rifiuto del Nobel ebbe una risonanza notevole in tutto il mondo, così per sottrarmi al clamore mi rifugiai nella casa di campagna della sorella di Simone de Beauvoir. Nel 1968 venni arrestato per aver manifestato al maggio francese, con l’accusa di disobbedienza civile ma evitai il processo grazie al perdono presidenziale di De Gaulle. Negli ultimi anni assunsi come assistente il giovane Pierre Victor, che divenne poi filosofo e scrittore con lo pseudonimo di Bénny Lévy ed adottai Arlette Elkaim, una giovane di famiglia ebraica che era stata per un periodo la mia amante. Nel 1974 visitai per scopi umanitari Andreas Baader il leader del gruppo Baader-Meinhof, detenuto in carcere: pur non condividendo i loro ideali terroristici, deploravo le condizioni disumane alle quali era costretto dalla detenzione. Nel 1973 venni colpito da un grave ictus, seguito da un’emorragia retinica all’occhio sinistro, quello sano e non fui più in grado di leggere e di scrivere, dovetti così dettare i miei scritti o a registrali. Avevo anche iniziato a perdere l’udito e l’ictus mi aveva parzialmente paralizzato il viso e il braccio oltre a lasciarmi difficoltà motorie. Il declino era iniziato e mi portò a lasciare questa terra il 15 Aprile 1980 a Parigi a causa di un edema polmonare. Il Presidente Valery Giscard d’Estaing propose i funerali di Stato e la tumulazione al Pantheon ma i miei familiari rifiutarono non ritenendolo in linea con la mia personalità, non venni nemmeno sepolto nella tomba di famiglia per mia espressa disposizione al riguardo: riposo nel cimitero di Montparnasse. Accanto alle mie ceneri riposa anche Simone de Beauvoir. Tra le mie opere vi ricordo i romanzi “La Nausea” del 1938 e “I cammini della libertà” del 1945/1949 sui problemi dell’esistenza; i saggi “L’Essere e il Nulla” del 1943 e “La critica della ragione dialettica” del 1960; le opere teatrali Le mosche” del 1943 sulla questione politica della Resistenza, “A porte chiuse” del 1944 la pièce più famosa e rappresentata che tratta la difficoltà di convivere con gli altri, “Le mani sporche” del 1948 che tratta il fine e i mezzi nell’azione politica.
“L’Uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa» (da L’esistenzialismo è un umanismo)
Nessuna risposta.