PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA: anno 1965 Michail Aleksandrovič Šolochov

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Nel 1965 il Premio Nobel per la Letteratura venne assegnato a me, Michail Aleksandrovič Šolochov, “per la potenza artistica e l’integrità con le quali, nella sua epica del Don, ha dato espressione a una fase storica nella vita del popolo russo”.

Nacqui a Kruzilino, terra cosacca sul Don, il 24 Maggio 1905. Vissi nel mondo dei Cosacchi fino al 1918 e ciò influì sulla tematica e sullo stile delle mie opere. Mio padre era un commerciante cosacco, mia madre era una cameriera ucraina analfabeta. Frequentai il ginnasio ma la guerra civile mi costrinse ad interrompere gli sudi. Partecipai alla guerra civile, che vissi in prossimità del fronte nell’alto Don, dopodiché iniziai ad occupare diversi posti nelle amministrazioni locali, feci anche il maestro elementare. In questo periodo partecipai anche alla caccia dei gruppi di partigiani cosacchi insorti contro la politica di requisizione dei prodotti alimentari del governo. L’incarico di addetto al vettovagliamento mi portò a rischiare più volte la vita ma furono esperienze che mi diedero lo spunto per i miei romanzi e racconti. Tra il 1920 ed il 1922 cominciai a scrivere drammi per il teatro locale. Tasferitomi a Mosca per trovare lavoro presso l’Università ma senza successo, mi dedicai a tante occupazioni occasionali per un anno, alla fine del quale aderii al gruppo “La Giovane Guardia”, composto da scrittori membri delle Gioventù Comuniste; entrai anche a fa parte dell’Associazione degli scrittori proletari russi. Nel 1923 diedi alle stampe il mio primo racconto satirico “La prova” sul giornale del komsomol, l’organizzazione che riuniva i giovani sovietici, sul quale continuai a pubblicare altri racconti, anche dopo il mio ritorno a casa. Dopo il matrimonio mi trasferii a Vešenskaja ed iniziai a scrivere la mia monumentale narrativa epica con i “Racconti del Don” nel 1925, nei quali tracciai l’epopea della mia gente cosacca nello scenario della rivoluzione, che vennero pubblicati l’anno successivo. Ottenni subito un notevole successo ma dal 1932 mi opposi a nuove ristampe perché li ritenevo troppo ingenui e puerili. Dal 1928 al 1940 mi dedicai al romanzo “Il placido Don“, diviso in quattro parti, dove il protagonista è un sotto-ufficiale cosacco impegnato nella guerra civile; dal filone centrale si diramano innumerevoli episodi, che danno al mio romanzo l’andamento di una grande epopea storica russa. Sono stato paragonato a Tolstoj per il mio stile, che ha riscosso grande successo anche in Occidente, mentre in patria le mie opere erano tenute in grande conto per i pregi artistici, per il contributo alla vittoria ed alla propaganda del Socialismo. Questo romanzo mi costò una denuncia di plagio dalla quale venni assolto da un’apposita commissione d’inchiesta. La questione del plagio si ripresentò in occasione del Premio Nobel questa, anche questa volta venni scagionato. Dal 1932 mi dedicai al romanzo “Terre dissodate” col quale trattai il tema della collettivizzazione dei primi anni Trenta. Come per il primo romanzo, anche questo venne pubblicato per intercessione di Stalin ed ottenne subito un grande successo, tutto ciò contribuì a farmi ottenere il Premio Lenin e mi portò ad iscrivermi al PCUS. Nonostante ciò fui oggetto di repressioni: nel 1938 venni arrestato con la falsa accusa di aver partecipato ad un’insurrezione cosacca antigovernativa nei pressi di Rostov ma Stalin ordinò il mio rilascio. Durante la II Guerra Mondiale divenni corrispondente di guerra per la Pravda e per la Stella Rossa; nel 1942 morì mia madre a causa di un bombardamento tedesco che distrusse anche tutti i miei manoscritti e le lettere scambiate con Stalin e Gorkij. Dalla mia esperienza di guerra trassi il racconto “La Scienza dell’Odio” sulla crudeltà delle truppe naziste e il romanzo “Hanno combattuto per la patria” dal quale, nel 1975, venne tratto un film. Dal 1956 al 1957 lavorai a “Il destino di un uomo“. Come giornalista sono sempre stato vicino alle linee del partito, tanto che nei miei articoli condannai spesso gli autori dissidenti come Pasternak, Solženicyn ed altri ancora ma anche la letteratura occidentale in generale. Lasciai questa vita terrena il 21 Febbraio 1984 dopo essere diventato lo scrittore sovietico col più alto stato di servizio, come testimoniato da cariche pubbliche e premi vinti. Fui l’unico scrittore a vincere con il beneplacito del comitato sovietico, appoggiato da accademici russi e da un gran numero di sostenitori anche all’interno dell’Accademia di Svezia.

La casa dei Melechov sta sul margine del contado. Il cancello delle stalle si apre a nord, verso il Don. Dopo una ripida discesa di una ventina di metri, fra massi di creta inverditi dal muschio, viene la riva: una distesa perlacea di conchiglie, una grigia striscia sinuosa di ghiaia baciata dalle onde e più oltre, la corrente del Don, increspata sotto il vento dallo schiumare di innumerevoli piccoli gorghi vorticosi. Verso est, dietro le siepi intrecciate di rami di salice che circondano le aie, vien la strada Ghetmanskja, una striscia polverosa di bionda erba amara e di tenace erbaccia bruna, calpestata dagli zoccoli dei cavalli. Al bivio si scorge una cappella e poi la steppa, velata d’un miraggio fluente. A sud si alza la cresta cretosa del monte; ad ovest la via che attraversa la piazza e corre verso i campi.

(da “Il placido Don”)

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