12 gennaio 1876 – Jack London

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Chi di noi non ha avuto sullo scaffale della libreria “Il richiamo della foresta” o “Zanna Bianca”, due classici regali per i ragazzi cresciuti negli anni ’70? Chi non si è perdutamente innamorato di Buck, cane domestico rapito da una vita agiata in California e costretto a lavorare come cane da slitta nel selvaggio Klondike? E chi non ha immediatamente empatizzato con Zanna Bianca, che grazie al gentile Weedon Scott si trasforma da cane solitario e aggressivo in un fedele e docile guardiano? Questi due capolavori ingiustamente relegati – a mio giudizio – nella “letteratura per ragazzi” sono le opere più celebri dello statunitense Jack London, l’autore di cui festeggiamo il compleanno in gennaio. London è stato uno scrittore estremamente prolifico del quale ho molto apprezzato l’impegno politico e sociale e per questa ragione ho deciso di accennare ad un libro a cui era molto legato, “Il popolo dell’abisso”, considerato il testo fondativo del giornalismo d’inchiesta.

Pubblicato nel 1903, “Il popolo dell’abisso” è uno studio sociologico in cui Jack London racconta, con testimonianza diretta, la condizione dei poveri all’inizio del Novecento. Nel 1902 – infatti – lo scrittore decise di vivere per alcune settimane nell’East End londinese tra i diseredati, condividendone le privazioni e osservandone la quotidianità. Fingendosi disoccupato dormì nei rifugi pubblici, spartendo il pane con gli emarginati, ed osservò da vicino la fame, la malattia e la disperazione. Il risultato è un ritratto spietato, umanissimo e molto commovente della “città invisibile”, quella parte di Londra ignorata dalla borghesia vittoriana. E’ strutturato come una sorta di diario di viaggio all’interno dell’abisso sociale della metropoli industriale, in cui la distanza tra le classi appare incolmabile e ci induce a riflettere sull’ingiustizia come ferita morale collettiva. Tra l’altro l’edizione che ho avuto il privilegio di leggere era corredata da straordinarie fotografie d’epoca, ritratti strazianti di vite disperate. Un testo da leggere tutto d’un fiato, capace di interrogare, ancora oggi, il rapporto tra ricchezza e povertà, visibilità e marginalità, progresso e disuguaglianza.

John Griffith Chaney (vero nome di Jack London) nacque a San Francisco il 12 gennaio 1876. Il padre biologico, William Henry Chaney, astrologo ambulante irlandese, si disinteressò presto di lui e otto mesi dopo la sua nascita la madre Flora Wellman si sposò con John London, contadino vedovo con due figli. Jack venne cresciuto quindi dalla madre e dal padre adottivo in un contesto modesto. Visse un’infanzia segnata dalla povertà e dall’instabilità familiare e fin da giovanissimo dovette guadagnarsi da vivere svolgendo i mestieri più disparati — operaio, “pirata di ostriche”, cercatore d’oro, poliziotto, spalatore di carbone, giusto per citarne alcuni — esperienze che plasmarono il suo sguardo lucido e realistico sul mondo del lavoro e sulla condizione umana. Autodidatta e vorace lettore, London iniziò a scrivere racconti e romanzi che riflettevano il suo spirito avventuroso e la sua profonda sensibilità sociale. Il successo arrivò nel 1903 con Il richiamo della foresta, seguito da Zanna Bianca (1906), opere che coniugano la potenza narrativa dell’avventura con un’intensa riflessione sulla lotta per la sopravvivenza e sull’istinto primordiale. Sotto la superficie del romanziere d’avventura, tuttavia, si cela un autore profondamente impegnato, vicino alle idee socialiste e attento alle ingiustizie del capitalismo industriale. Il popolo dell’abisso (1903) ne è la testimonianza più diretta: un’inchiesta letteraria che rivela la miseria nascosta del mondo moderno. Jack London morì prematuramente nel 1916, a soli quarant’anni, nella sua tenuta di Glen Ellen, in California per una sospetta overdose di antidolorifici. La sua vita breve ma intensissima ha lasciato un’impronta duratura nella letteratura americana e mondiale, come simbolo dello scrittore che vive e racconta in prima persona le contraddizioni del proprio tempo.

di Silvia Corsinovi

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