21 Dicembre 1863 – Giuseppe Gioachino Belli

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Questo mese anziché onorare la nascita di un Autore vogliamo ricordare il 160° anno dalla scomparsa di uno scrittore che mi è particolarmente caro, benché la sua conoscenza più approfondita sia cosa recente. E’ infatti uno dei quegli autori portatemi in “dote” da mio marito, in quanto facente parte della sua biblioteca personale. Si tratta di Giuseppe Gioachino Belli e dei suoi “Sonetti”. Certamente un autore non facile da leggere per chi non romano de’ Roma e spesso difficile anche per un autentico abitante dell’Urbe in quanto il “romanesco” del Belli non è quello in uso oggi ma nemmeno quello di Trilussa, bensì un linguaggio più arcaico oramai in disuso. Anche per me l’approccio allo stile del Belli non è stato facile ma di sicuro divertente, cimentarmi con la raccolta “Sonetti” è stato davvero arduo ma ve lo consiglio. Il Belli scrisse complessivamente 2279 sonetti, la mia raccolta ne comprende 361, si tratta dell’opera in vernacolo più importante e significativa della nostra letteratura. Ispirati dall’opera del milanese Carlo Porta, del quale era fervente ammiratore, sono stati scritti in due periodi diversi: una prima stesura venne completata tra il 1831 e il 1837, la seconda tra il 1843 e il 1847. Nei sonetti il Belli traccia un ritratto dalla sua Roma e dei Romani, prendendo di mira sia chi detiene il potere quindi Chiesa e nobiltà, sia il popolo rozzo e sottomesso alle angherie, al malgoverno senza alcuna speranza di miglioramento: un ritratto drammatico e dissacratorio della sua epoca. Rappresenta anche la mentalità dei popolani romani, lo spirito salace, disincantato, furbesco e sempre autocentrico della plebe. Pensate che l’Autore tenne segreta la sua opera perché ancora in lavorazione ma alcuni sonetti circolarono lo stesso più che altro diffusi dai Mazziniani e anticlericali, che il Belli avversava, tanto da decidere di non scrivere più in dialetto e di collaborare con la censura pontificia. Lasciò anche disposizione che i suoi versi venissero bruciati ma per nostra fortuna il figlio Ciro venne meno ai desideri del padre e li fece pubblicare nel 1864, anche se i curatori provvidero a cancellare i testi più provocatori e compromettenti contro il potere. Non penso sia necessario aggiungere altro perché comunque l’opera del Belli va lenta e non spiegata, posso proporvi però alcuni sonetti significativi come questo che segue che fa parte di un trittico dedicato al fratricidio biblico, quanto mai attuale.

CAINO.

 Nun difenno Caino io, sor dottore,
Ché lo so ppiù dde voi chi ffu Ccaino:

Dico pe’ ddì che cquarche vvorta er vino
Pò accecà l’omo e sbarattajje er core.


 Capisch’io puro che agguantà un tortóre
E accoppàcce un fratello piccinino,
Pare una bbonagrazia da bburrino,
Un carcio-farzo4 de cattiv’odore.


Ma cquer vede ch’Iddio sempre ar zu’ mèle
E a le su’ rape je sputava addosso,
E nno’ ar latte e a le pecore d’Abbele
,

 A un omo com’e nnoi de carne e dd’osso
Aveva assai da inacidijje er fèle:
E allora, amico mio, tajja ch’è rrosso.

Terni, 6 ottobre 1831.

Invece il sonetto che segue mi ricorda in qualche modo “‘A livella” di Totò, l’amarezza nel caso del Belli è che c’è una profonda disuguaglianza degli uomini anche di fronte alla morte.

LI MORTI DE ROMA                                          23 gennaio 1833

Cuelli morti che ssò dde mezza tacca

fra ttanta ggente che sse va a ffà fotte,

vanno de ggiorno, cantanno a la stracca,

verzo la bbùscia che sse l’ha da ignotte.                             

Cuell’antri, in cammio, c’hanno la patacca

de siggnori e dde fijji de miggnotte,

so ppiù cciovili, e ttiengheno la cacca

de fuggì er zole, e dde viaggià dde notte.                          

Cc’è ppoi ‘na terza sorte de figura,

‘n’antra spesce de morti, che ccammina

senza moccoli e ccassa in zepportura.                                 

Cuesti semo noantri, Crementina,

che ccottivati a ppessce de frittura,

sce bbutteno a la mucchia de matina.                                  

E questo sonetto che invece mi ricorda il “Gattopardo”: nuovo Papa, nuova Roma? No, tutto cambia perché nulla cambi.

L’UPERTURA DER CONCRAVE.

     Senti, senti Castello come spara!
Senti Montescitorio come sona!
È sseggno ch’è ffinita sta caggnara,
E ’r Papa novo ggià sbenedizziona.


     Bbe’? cche Ppapa averemo? È ccosa chiara:
O ppiù o mmeno la solita canzona.
Chi vvòi che ssia? Quarch’antra faccia amara.
Compare mio, Dio sce la manni bbona.


     Comincerà ccór fà aridà li peggni,
Cór rivotà le carcere de ladri,
Cór manovrà li soliti congeggni.

     Eppoi, doppo tre o cquattro sittimane,
Sur fà de tutti l’antri Santi-Padri,
Diventerà, Ddio mé perdoni, un cane.

2 febbraio 1831

E infine questo sonetto che sono sicura vi ricorderà un certo Marchese del Grillo che vi si ispirò

LI SOPRANI DER MONNO VECCHIO

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbugiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo!”.

Co st’editto annò er Boja per ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: “È vvero, è vvero!”.»

Ai sonetti del Belli il cinema ha attinto a piene mani traendone ispirazione per film come “Nell’anno del Signore” di Luigi Magni nel 1969, “Er Più – Storia d’amore e di coltello” di Sergio Corbucci del 1971, “Rugantino” di Pasquale Festa Campanile del 1973, “Storie scellerate” di Sergio Citti del 1974, “In nome del Papa Re” di Luigi Magni del 1977, “Il Marchese del Grillo” di Mario Monicelli del 1981 e “In nome del popolo sovrano” di Luigi Magni del 1980.

Una curiosità: ogni sonetto è datato esattamente dall’Autore stesso.

Un’altra curiosità solo mia è il fatto che ho letto da qualche parte che l’opera del Belli è stata tradotta in inglese, francese, tedesco, russo e esperanto mi chiedo come possa rendere la veridicità dei suoi versi in vernacolo una traduzione in una lingua diversa, persino in italiano perde molto della sua mordacità.

Giuseppe Gioacchino Belli (vi risparmio la sfilza degli altri nomi) nacque a Roma il 7 Settembre 1791 da una famiglia benestante che però dovette trasferirsi a Napoli durante l’occupazione francese. Rimasto orfano di entrambi i genitori venne cresciuto da uno zio, Vincenzo Belli ma dovette subito abbandonare gli studi e trovare lavori mal retribuiti. Iniziò anche a scrivere, cimentandosi anche con il teatro. Nel 1816 sposò Maria Conti, una vedova benestante con terre in Umbria che lo risollevò economicamente e gli permise di viaggiare per l’Italia. Dal 1850 divenne presidente dell’Accademia Tiberina e responsabile della censura artistica che lo obbligò a proibire le opere di William Shakespeare. Giuseppe Gioachino Belli morì il 21 Dicembre 1863, riposa nel cimitero del Verano. Sui sonetti scrisse: “Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene un’impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza”  e ancora “Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo e questo io ricopio” e infine “Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca”.

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