Nel 1959, il premio Nobel per la Letteratura venne assegnato a me, Salvatore Quasimodo, il quarto italiano ad esserne insignito, “per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi”.
Il mio nome per esteso era Salvatore Giuseppe Virginio Francesco Paolo e nacqui a Modica, in provincia di Ragusa, il 20 Agosto 1901. Mio padre Gaetano era capostazione a Modica, mia madre era Clotilde Angela Ragusa. Ero il secondogenito dopo mio fratello Vincenzo, dopo di me arrivarono Ettore Enrico Eduardo e Rosa Maria Teresa. Nonostante sia nato a Modica, ho vissuto l’infanzia e la giovinezza a Roccalumera, dove tornai da adulto perché continuavano a viverci i miei genitori. Quando mio padre venne incaricato della riorganizzazione del traffico ferroviario a Messina dopo il terremoto dopo il terremoto/maremoto, tutta la famiglia visse per un pò di tempo in un carro merci parcheggiato su un binario morto della stazione. A quel periodo dedicai la poesia “Al padre” che scrissi per il suo 90° compleanno, inserita poi nella raccolta “La terra impareggiabile” pubblicata nel 1958. Compii i miei studi tra Palermo e Messina ed in questa città strinsi due grandi amicizie, con il giurista Salvatore Pugliatti e con Giorgio La Pira futuro Sindaco di Firenze. Insieme a loro fondai il “Nuovo Giornale Letterario”, un mensile sul quale pubblicai le mie prime poesie. Nel 1920, dopo essermi diplomato geometra, decisi di frequentare l’Università a Roma, facoltà di matematica e fisica, ma le condizioni economiche della mia famiglia non mi permisero di proseguire gli studi, dovetti quindi trovare lavoro. Il 31 Marzo 1922 venni iniziato come membro della Massoneria a Licata, adesione che manifestai nella poesia “Uomo del mio tempo“, con la quale denunciavo la barbarie nazifascista e un invito al ritorno alla vita dei figli, senza memoria del sangue versato dai padre, con la speranza di vederli risorgere dalla cenere. Continuai a collaborare con alcuni periodici ed iniziai a studiare greco e latino. La situazione economica iniziò a migliorare dal 1926 quando iniziai a lavorare al Ministero dei Lavori Pubblici, destinato al Genio Civile di Reggio Calabria. Quello fu anche l’anno in cui sposai Bice Donetti, con la quale già convivevo da circa 8 anni, e in questa città nacque la poesia “Vento a Tindari” dedicata a questa cittadina. Con la tranquillità economica riuscii a dedicarmi alla scrittura. Venni invitato a Firenze da mio cognato Elio Vittorini, marito di mia sorella, il quale mi introdusse nell’ambiente letterario, dove conobbi tra gli altri Eugenio Montale e il direttore della rivista “Solaria” sulla quale pubblicai alcune poesie nel 1930, con le quali affinai il gusto per lo stile ermetico e iniziai a dare forma alla raccolta “Acque e terre” che pubblicai in quello stesso anno, incentrata sul tema della mia terra natale che avevo dovuto lasciare, che divenne emblema di una felicità perduta alla quale si contrappone l’asprezza del presente, dell’esilio al quale ero costretto per vivere. La mia seconda raccolta, “Oboe sommerso“, venne invece pubblicata nel 1932 dalla rivista “Circoli” di Genova, città nella quale mi ero nel frattempo trasferito, con la quale l’ermetismo risaltava ancora di più. In questa città conobbi Amelia Spezialetti dalla quale nel 1935 ebbi mia figlia Orietta. Contemporaneamente intrecciai una relazione molto turbolenta con Sibilla Aleramo. Dopo vari trasferimenti di città in città a causa del mio incarico al Genio Civile, decisi di lasciare questo lavoro nel 1938 per dedicarmi definitivamente alla letteratura ed ottenni un lavoro da parte di Cesare Zavattini, nell’editoria e iniziai la collaborazione con la rivista “Letteratura” vicina all’Ermetismo. Nel 1938 pubblicai la raccolta antologica “Poesie” e nel 1941 ottenni la carica di professore di Letteratura italiana al Conservatorio di Musica “Giuseppe Verdi” di Milano e vi rimasi fino al 1968. Nel 1942 la mia opera “Ed è subito sera” entrò nella collana “Lo specchio” della Mondadori. Intanto era scoppiata la II° Guerra Mondiale e per aver collaborato con la rivista “Primato. Lettere e arti d’Italia” nella quale il ministro Bottai aveva raccolto diversi intellettuali, anche lontani dal regime, e per aver inoltrato una supplica a Mussolini perché mi venisse assegnato un contributo per proseguire la mia attività letteraria, venni poi fortemente attaccato, in ogni caso nel 1944 una spia mi denunciò come antifascista. Non partecipai alla Resistenza ma mi dedicai alla traduzioni del “Vangelo secondo Giovanni“, di alcuni dei “Canti” di Catullo e di una parte dell’ “Odissea“. Finita la guerra mi iscrissi al Partito Comunista Italiano ma vi rimasi un paio di anni e pubblicai la nuova raccolta “Con il piede straniero sopra il cuore“, ristampata poi nel 1947 col titolo “Giorno dopo giorno“, che testimonia il mio impegno morale e sociale che si approfondì con le raccolte successive. Continuai con passione a dedicarmi alle traduzioni dei classici e degli autori moderni stranieri, svolsi anche attività giornalistica per periodici e quotidiani, soprattutto in materia di critica teatrale. Nel 1946 morì mia moglie Bice e due anni dopo sposai Maria Cumani, che avevo conosciuto nel 1936 e mi aveva reso padre di Alessandro nel 1939, ma non vivemmo mai insieme e non fu la mia ultima compagna che invece fu la poetessa Curzia Ferrari. Negli anni successivi mi vennero conferiti diversi premi fino a culminare nel Nobel, al quale seguirono le lauree honoris causa dell’Università di Messina e di quella di Oxford. Gli ultimi anni della mia vita li trascorsi viaggiando in Europa ed in America per conferenze e letture pubbliche delle mie opere, già tradotti in diverse lingue. Nel 1958 mentre mi trovavo in URSS venni colpito da un infarto che mi costrinse per sei mesi in ospedale. Nel 1960 mi separai da mia moglie. Nel 1966 venne pubblicata la mia ultima opera “Dare e avere“. Il 14 Giugno 1968 mi trovavo ad Amalfi per presiedere un premio letterario, ma venni colto da un ictus che mi uccise in poco tempo, non feci nemmeno in tempo a raggiungere l’ospedale di Napoli. La mia salma venne tumulata nel Famedio del Cimitero monumentale di Milano. A voi dedico questa mia poesia.
Oboe sommerso
Avara pena, tarda il tuo dono
in questa mia ora
di sospirati abbandoni.
Un oboe gelido risillaba
gioia di foglie perenni,
non mie, e smemora;
In me si fa sera:
l’acqua tramonta
sulle mie mani erbose.
Ali oscillano in fioco cielo,
labili: il cuore trasmigra
ed io son gerbido,
e i giorni una maceria.
Nessuna risposta.