PREMIO NOBEL PER LA LETTERATURA: anno 1966 Shmuel Yosef Agnon

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Nel 1966 il Premio Nobel per la Letteratura venne assegnato anche a me Shmuel Yosef Agnon, primo scrittore israeliano al quale è stato concesso tale onore, anche se in ex aequo con la scrittrice Nelly Sachs, per “per la sua arte narrativa profondamente caratteristica con i temi della vita del popolo ebraico”.

Nacqui a Bučač, in Ucraina, il 17 Luglio 1888 ma il mio nome originale era Shmuel Yosef Czaczkes. La mia famiglia era benestante e profondamente radicata nelle tradizioni ebraiche e ricevetti un’istruzione che avrebbe condizionato poi la mia arte. Mio padre era un rabbino ed un commerciante di pellicce che mi impartì tutto il sapere tradizionale, in particolare mi trasferì la conoscenza di leggende che nell’ebraismo si tramandano, mi introdusse allo studio della Bibbia e del Talmud mentre mia madre mi leggeva racconti in tedesco e fu per me un tramite verso la cultura europea moderna. Iniziai a comporre i miei primi versi ad otto anni circa ma la mia prima pubblicazione è del 1904 con “Piccolo eroe“; negli anni successivi mi dedicai al giornalismo in lingua yiddish. Nel 1907 mi trasferii a Leopoli, in Ucraina, dove svolsi la mia attività di giornalista, l’anno successivo mi trasferii a Giaffa in Palestina, all’epoca ancora sotto il dominio ottomano. Avevo già iniziato a scrivere sia in ebraico che in yiddish e l’anno seguente pubblicai la novella “Le derelitte“, scritta in ebraico, con la quale abbandonai la scrittura in yiddish. Nel 1913 mi recai in Germania per studiare e dovetti rimanere in Europa a causa dello scoppio della I° Guerra Mondiale, così rimasi ad Amburgo fino al 1924, dove strinsi amicizia con il filosofo Martin Mordechai Buber, con il quale mi dedicai anche allo studio del hasidismo (un pensiero spirituale e mistico basato derivanti dalla Cabbala). Quello stesso anno un incendio distrusse la mia casa e tutti i libri e manoscritti della mia immensa biblioteca. Poco dopo tornai in Israele con mia moglie, Esther Marx che avevo sposato nel 1920, e i nostri due figli, con i quali mi stabilii a Gerusalemme. Nel 1912 venne pubblicata quella è che considerata la mia opera più famosa “E il torto diventerà diritto“,  un romanzo breve ambientato nella comunità ebraica della Galizia, il quale ottenne subito un grande successo e venne tradotto in molte lingue. Nel 1931 fu la volta di “La dote della sposa“, ambientato nell’universo ebraico ashkenazita dell’Europa orientale, che narra il viaggio del protagonista intraprende per la Galizia per raggranellare la dote per la figlia. Nel romanzo “Soltanto ieri” narro la vita dei pionieri ebrei in Palestina agli inizi del XX sec. Scrissi anche molti racconti, molti pubblicati postumi, una serie dedicata a Gerusalemme della quale offro una visione ironica e struggente della città e del suo universo umano, raccolti ne “I racconti di Gerusalemme“. Alla mia attività di studioso si devono imponenti antologie di testi della tradizione: leggende, aneddoti, racconti per le festività del calendario ebraico. Postumo uscì il romanzo “Shirah” una divertita ed amara incursione nelle meschinità del mondo accademico di Gerusalemme. Ho lasciato questo mondo terreno il 17 Luglio 1888 a Rehovot. Sono considerato, sui piani dei significati e dello stile, lo scrittore nazionale per eccellenza di Israele. 

Nel fiore degli anni morì mia madre. Aveva circa trentun anni quando morì. Furono pochi e amari, i giorni e gli anni della sua vita. Passava il giorno a casa, non usciva mai. Le amiche e le vicine non venivano a trovarla, e mio padre non invitava nessuno. La nostra casa si ergeva silenziosa nella sua tetraggine, le porte non si aprivano mai agli estranei. Mia madre giaceva a letto, parca di parole. E quando parlava era come se due limpide ali si spiegassero per condurmi nel Palazzo della Benedizione. Come amavo la sua voce. Spesso aprivo la porta solo perché lei domandasse chi è. Ero una bambina. A volte scendeva dal suo giaciglio e si sedeva alla finestra, le sue vesti erano bianche. Erano sempre bianche, le sue vesti. Una volta capitò in città uno zio di mio padre, vide mia madre e la scambiò per un’infermiera, perché quelle vesti lo avevano tratto in inganno e non sapeva che era lei la malata. (tratto da “Nel fiore degli anni”)

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